VIVERE LA VITA E NON SEMPLICEMENTE PREPARARSI AD ESSA – Dal diario di Ralph Waldo Emerson

Foto di Aaron Burden su Unsplash

Quello di oggi è un post “rubato” perché si tratta di una pagina del diario di Ralph Waldo Emerson tratta da La Semplice Verità, i Diari Inediti di Emerson e di Thoreau a cura di Stefano Paolucci. Un libro che è una raccolta di riflessioni uniche, bellissime e, incredibile a dirsi, quanto mai attuali. Torniamo indietro di oltre 180 anni e vediamo meglio cosa scriveva Emerson il 13 aprile del 1834:  

Vi è molto attrito nell’ingranaggio della società. La materialità è così tanta che la spiritualità è oppressa e sperduta. Un uomo medita in solitudine su una verità che gli sembra così importante da proporsi di impartirla ai suoi compagni. Immediatamente occorre riunire una compagnia, consultare libri e imbrattare molta carta in preparazione del suo discorso. Sopraggiungono considerazioni estranee, considerazioni personali – e quando finalmente pronuncia il suo discorso, è del tutto possibile che non contenga il messaggio originale, sicchè non era affatto superflua la regola che diede chi disse: “Quando scrivi, non omettere la cosa che volevi dire”.

 I rivestimenti materiali hanno del tutto soffocato e ucciso il figlio spirituale. Non diversamente ciò avviene nel campo dell’educazione. Un giovane dev’essere educato, ed ecco che si costruiscono scuole, si formano corpi docenti, si creano palestre e giocattoli scientifici, e sistemi monitorali, e un college dotato di numerose cattedre, e tale apparato è così enorme e ingestibile che la sua e-ducazione o estrinsecazione delle sue facoltà non si consegue mai: quel giovanotto si diploma somaro. Si guardi a come la matematica francese insegnata a Cambridge abbia interamente distrutto la già scarsa possibilità che un ragazzo aveva di imparare la trigonometria.

 Avviene forse diversamente nelle nostre imprese filosofiche? Desiderano guarire gli ammalati, o emancipare gli africani, o convertire gli indù, e immediatamente nominano agenti, e aprono un ufficio, e stampano Rapporti Annuali – e solo il più piccolo rivoletto dei vasti contributi pubblici va a finire, sgocciolando, alla guarigione del male originario.

 La Carità diventa un lavoro come un altro. Ebbene, avviene forse altrimenti con la nostra stessa vita?

 Noi ci stiamo sempre preparando a vivere, ma non stiamo mai vivendo.

 Per molti anni ci istruiamo, poi per molti anni ci guadagniamo da vivere, e ci ammaliamo, e compiamo viaggi per la nostra salute, e viaggiando traversiamo mari e monti in cerca di miglioramento, ma al lavoro del miglioramento di sé – sempre sotto il nostro naso, più vicino della cosa più vicina – è raro, rarissimo che ci si dedichi. Poche, pochissime ore persino nella vita più lunga.

 Proponiti di studiare una particolare verità. Leggi ciò che la riguarda, cammina per riflettere su di essa, parlane, scrivine: la cosa in sé non si renderà molto manifesta, almeno non così tanto in accordo alle tue disposizioni di studio. Gli sprazzi che ne ricaverai baleneranno tanto facilmente mentre siedi a tavola, o nel chiasso di Faneuil Hall (mercato di affollato di Boston), quanto nel mezzo della tua astrazione più impegnativa.

 Pochissima vita nell’arco di una vita.

Ralph Waldo Emerson – Immagine Enciclopedia Britannica

Una nota finale sul significato della parola E-ducare usata da Emerson in questo brano:

“Formulare” il pensiero significa educarlo, nel triplice significato di “guidarlo”, “esercitarlo” e soprattutto “condurlo fuori” (ex-ducere). Un vero Maestro insegna un’unica cosa: a imparare da noi stessi. Questa è la differenza tra un’insegnante e un Maestro. L’insegnante è uno che ci insegna qualcosa, il Maestro è uno che ci aiuta a dissipare tutto quello che abbiamo imparato. La verità è già in noi, ma l’abbiamo perduta imparando e accumulando tante cose. Giace ricoperta da innumerevoli strati e confusa tra miriadi di nozioni. Non l’istruzione impartita da un insegnante, quindi, ma l’educazione offerta da un Maestro può renderci la verità: non si tratta infatti di dover aggiungere, ma di togliere. Non si tratta di mettere dentro cose nuove, ma di portare fuori ciò che esiste da sempre: “educare”, appunto”. (Emerson, Pensa chi sei).

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