MANAGER DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!

L’appello di Domenico De Masi per spezzare le catene e riorganizzare la nostra vita…

Le comete – Hubble telescope

Questo post è un inno alla libertà e alla vita vissuta con curiosità e serenità. Un inno che ho ripreso direttamente dall’ultimo libro di Domenico De Masi, UNA SEMPLICE RIVOLUZIONE, LAVORO, OZIO, CREATIVITA’: NUOVE ROTTE PER UNA SOCIETA’ SMARRITA.

Un saggio composto di tanti brevi capitoli, ciascuno focalizzato su un argomento, una “parola chiave”. Riporto qui di seguito quello intitolato MANAGER perché esprime esattamente il mio modo di vedere cosa è diventato il lavoro che la società e il sistema ci hanno imposto:

Vi avverto: siete fregati! Ma qualcuno di voi si può ancora salvare. Non fa differenza tra un’azienda pubblica o privata, tra un ministero o un centro direzionale, tra Stati Uniti, Italia o Giappone: se fate i manager, gli impiegati, i professionisti, i dirigenti, siete comunque fregati due volte: quando state dentro l’azienda, perché vi alienate; e quando uscite fuori, perché non sapete più cosa fare di voi stessi.

Vivete ogni giorno, per dieci ore al giorno, in una istituzione totale, che manipola e succhia la vostra intelligenza, le vostre emozioni, i vostri affetti, le vostre opinioni. Non siete più voi che pensate, ma è l’azienda che pensa in voi. Non siete più voi che amate, ma è l’azienda che ama in voi. I vostri ritmi, le vostre preoccupazioni, le vostre visioni, non sono vostri: sono ritmi, preoccupazioni, visioni dell’azienda che vi nutre e che vi spolpa.

Quella stessa organizzazione aziendale che, per duecento anni è stata sempre motore della vita economica e civile, ora arranca a tutto campo.

È nell’azienda che oggi, in nome della parità, persiste discriminazione massima tra uomo e donna.

È nell’azienda che, in nome dell’uomo giusto al posto giusto, si addomestica ogni criterio di meritocrazia.

È nell’azienda che, in nome dell’efficienza, si celebrano gli sprechi più inverecondi: di tempo, di soldi, di intelligenza. E’ nell’azienda che, in nome della razionalità, si impongono le scelte più squinternate.

È nell’azienda che, in nome della creatività, si moltiplicano le procedure e i riti burocratici.

È nell’azienda che, in nome dell’etica professionale, si mortificano i più deboli, si giustificano i mezzi con i fini, si froda il fisco e si pagano le tangenti.

È nell’azienda che, in nome della partecipazione, si celebra l’autoritarismo.

È nell’azienda che, in nome del profitto privato, si sfruttano le debolezze pubbliche.

È nell’azienda che, in nome della praticità si mortifica il gusto estetico sotto una valanga di formica, di grigiore ospedaliero e di cibi precotti.

So bene che l’azienda non è sempre solo questo. So bene che è anche sopravvivenza, stipendio, sensazione di essere in, socialità, confronto, erotismo, agonismo, carriera. Ma a che prezzo? Con quali nevrosi? Con quali rinunzie?

Tutte le organizzazioni –  producano beni o servizi o informazioni – sono figlie della vecchia azienda manifatturiera, che per duecento anni ha gestito masse di manovali semianalfabeti, addetti a mansioni ripetitive. Ora l’impresa per la quale voi lavorate pretende di gestire allo stesso modo i diplomati e i laureati, come fossero altrettanti addetti a una immensa catena di montaggio burocratica.

Per duecento anni l’azienda manifatturiera ha perfezionato sadicamente l’arte del controllo su tutto: sulle entrate e sulle uscite dei dipendenti, sulle spese, sui ritmi e sui bioritmi. Ora l’organizzazione per la quale voi lavorate pretende di gestire con gli stessi criteri da caserma anche la vostra creatività, il vostro impegno, la vostra intraprendenza, che invece richiedono motivazione e vitalità.

Con la pratica della “reperibilità” pretende di raggiungervi e sottomettervi in qualunque ora e in qualunque luogo, ventiquattro ore su ventiquattro, mentre dormite o giocate, mentre mangiate o digerite, mentre corteggiate o fate l’amore, mentre leggete una poesia o vedete un film.

Per duecento anni l’azienda manifatturiera ha messo in pensione i sessantenni perché questa era l’età media in cui i lavoratori morivano. Oggi, che la vita supera gli ottant’anni, quella stessa azienda che fingeva di considerarvi indispensabili cinicamente vi prepensiona condannandovi, così, ad almeno trent’anni di vuota inutilità senile.

Per duecento anni l’azienda manifatturiera ha utilizzato quasi tutta la forza fisica dei suoi dipendenti e quasi niente del loro cervello. Ora l’impresa per la quale voi lavorate frustra sistematicamente le vostre qualità intellettuali al punto tale che ognuno di voi sarebbe capace – già oggi –  di fare le stesse cose che fa il proprio capo. E, magari, meglio di lui.

Finchè siete in tempo, riorganizzate il vostro lavoro.

Riorganizzate la vostra vita. Smettete di pensarvi eterni. Smettete di trascurare la vostra crescita interiore, i vostri affetti, le vostre vocazioni in nome di una carriera che, in ogni caso, si fermerà nel gradino inferiore a quello che vi hanno furbescamente prospettato.

Smettete di spalmare i vostri scarsi impegni su dieci ore di permanenza in ufficio, solo per fare compagnia ai vostri capi e riceverne in cambio una speranza di promozione. Quando avete finito ciò che avete da fare, andatevene. Smettete di tornare tardi e stanchi nelle vostre case, per passare dal dominio dei vostri superiori al dominio del vostro teleschermo. Colonizzate le vostre notti, che possono schiudervi speranze assai più luminose delle vostre giornate senza senso.

Non fatevi impallinare a uno a uno, senza un gemito, da una lettera di prepensionamento. Smettete di imitare i vostri presidenti e cominciate una buona volta a imitare i vostri operai.

Fate voi, all’inizio del Duemila, ciò che essi fecero all’inizio del Novecento. Manager di tutto il mondo, unitevi! Non avete da perdere che le vostre catene.

È  incredibile quante persone, nel mio stesso ambiente di lavoro – una amministrazione pubblica – siano schiave più o meno inconsapevoli della realtà descritta sopra da De Masi. Un quadro fedelissimo, dove non c’è una sola frase che, per mia esperienza diretta, non rispecchi quanto mi sono trovata a vivere, per anni, all’interno del “sistema”. Davvero ci vorrebbe una RIVOLUZIONE per ribaltare le cose ma, ahimè, temo che il messaggio di De Masi resterà tristemente inascoltato.

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